Pastiglie Leone: nella fabbrica delle meraviglie

Una panacea per tutti i mali

Le pastiglie Leone (chi non le conoscesse visiti il loro sito, subito!) hanno centosessant’anni. Sarebbe a dire che hanno iniziato a esistere 42 anni prima della fondazione della Fiat, e quattro anni prima dell’unità d’Italia. Il fatto che si chiamino “pastiglie” la dice lunga sulla loro storia. A me viene in mente un mondo in cui i barbieri suonavano il violino, i parroci del paese tenevano l’anagrafe e i farmacisti, un po’ stregoni, un po’ erboristi, aggiungevano aromi e estratti naturali ad un miscuglio farinoso di zucchero, che chiamavano, appunto, pastiglia.

Facendo un salto in avanti, non poi così grande, mi viene in mente nonna Maria. Lei teneva sempre due cose nella borsa: una quantità innumerevole di sacchetti della spesa, accuratamente piegati a forma di triangolo, e delle caramelle (che spesso erano proprio pastiglie Leone).

“Ho un po’ di mal di gola” “aspetta che ti dò una pastiglia”, “Mamma mia, che mangiata!” “mangia una pastiglia che digerisci” ,”Che stanchezza!” “prendi una pastiglia che ti dà energia”.

Le piccole caramelle farinose marca Leone (a proposito, quanti torinesi tra voi si ricordano l’espressione “marca Leone” per dire “di qualità?”) per lei non erano un vizio o un dessert, ma un’irrinunciabile panacea contro pressione bassa, mal di gola, tosse, cattiva digestione, debolezza e molto altro. In casi estremi, quando la scorta era finita, mi somministrava direttamente un cucchiaino di zucchero con una spruzzata di limone, che a suo dire aveva un effetto del tutto paragonabile a quello delle suddette caramelle.

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Le “lacrime d’amore” sono caramelle delicatissime che all’interno hanno una gocciolina liquida di rosolio. Sono delicatissime e solo una persona all’interno dell’azienda conosce il gesto accurato per impacchettarle senza romperle.

Pastiglie Leone è donna

Nonna Maria, negli anni ’30, era una giovane donna intraprendente. La mattina lavorava come impiegata alla Caffarel (Torino, città dolcissima!) e la sera metteva di nascosto il rossetto, sulle scale, e correva a ballare il valzer con quello che sarebbe diventato l’uomo della sua vita.

Negli stessi anni una giovane imprenditrice, Giselda Balla Monero, decideva che la rivendita di dolciumi “Vittoria”, che aveva fondato insieme al fratello, non le bastava più, e rilevava la confetteria Leone. Potete ascoltare un commovente audio-racconto di questa parte della storia su Soundcloud.

Giselda Balla e Innocenzo Monero
Giselda Balla Monero, detta “la leonessa”, era una donna magra e distinta. Sembra che sull’atto di acquisto dell’azienda Leone, vicino alla firma, ci sia il segno di una sua lacrima di commozione.

Figlia di una donna che, altrettanto coraggiosamente, si era avventurata da sola nell’imprenditoria tessile, Giselda era soprannominata dai suoi dipendenti, non a caso, “la leonessa”.

Negli anni in cui mia nonna lasciava il lavoro e si dedicava al proposito, tanto ragionevole allora quanto ambizioso e folle oggi, di mettere su famiglia, Giselda guidava la Leone attraverso i decenni della guerra, il boom economico e gli anni ’60, fino a giungere agli anni ’80, nei quali, con fatica e a malincuore, lasciava una parte del controllo nelle mani del figlio, Guido Monero.

Se volete sapere come quest’azienda, con profonde radici nel passato, è diventata l’eccellenza in qualità dei prodotti, comunicazione e innovazione che è oggi, trovate tutto spiegato molto bene in questo articolo, mentre io cerco di rendervi le emozioni e le sensazioni, tutt’altro che oggettive e razionali, che ho provato visitando l’azienda poco più di due settimane fa. Inizia qui un elenco delle cose che mi hanno stupita di più.

Il profumo

Se non l’avete provato non potete immaginarlo, ma entrare nel loro stabilimento dai colori pastello, che ora si trova a Collegno, è un’esperienza profumatissima. L’odore di zucchero permea ogni cosa, la reception, lo spaccio, gli uffici, i bagni (giuro!) e naturalmente gli immensi locali dedicati alla produzione.

Sono pronta a giurare che perfino la figlia del proprietario, oggi responsabile marketing, Daniela Monero, profuma di caramelle.

Il cioccolato

Non ci sono gli Umpa Lumpa, ma potrebbero, visto che lo stabilimento Leone, come ho appreso con estrema sorpresa (e gioia!) produce anche cioccolato. E non sto parlando di cioccolato normale, ma di cose come il cioccolato al latte mou e il cioccolato grezzo alla pietra, nati direttamente dalla creatività estrosa del “signor Leone”.

 

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Questa non è una gif presa da internet, è quello che succede veramente al cioccolato dentro la fabbrica Leone!

Lui, Guido Monero, per capirlo, dovreste sentirlo parlare. Prima di tutto non c’è una frase in cui non riesca a infilare una decina di parole in dialetto piemontese, sulla comprensione delle quali sono stata molto avvantaggiata rispetto al resto della comitiva, che era composta per il 90% da blogger milanesi. E poi ha una cultura immensa su tutto ciò che riguarda il suo lavoro, non rimane mai a corto di aneddoti, etimologie, storie di famiglia, libri antichi da mostrare agli ospiti (dai quali ha tratto, tra l’altro, molte delle sue specialissime ricette).

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Guido Monero durante il nostro evento. Quei capelli ricci che spuntano a destra sono i miei!

Pastiglie Leone Zuccaviolina edition

Su questo, mi rendo conto, sono stata una privilegiata, perchè ho avuto la possibilità di creare da zero una pastiglia non in commercio (nello specifico, una pastiglia al cardamomo) impastando direttamente con le mie mani zucchero, aromi, gomma adragante e gomma arabica.

Per creare le pastiglie a mano si fanno tanti rotolini (che il signor Guido chiama “bigolin”) e si tagliano le pastiglie come tanti piccoli gnocchetti. Sono infinitamente felice del risultato.

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Dopo un paio di settimane dalla visita le mie personali pastiglie, essiccate e impacchettate, mi sono state spedite a casa insieme a un blocchetto di bellissime stampe in formato polaroid con le foto dell’evento, stampate da Cheerz.

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Bello! Come si visita?

Io ho avuto la fortuna e l’enorme privilegio di essere stata invitata, ma ho scoperto che l’ente torinese per il turismo organizza dei tour periodici nell’azienda. Trovate delle info sul blog di Turismo Torino.

Un’ultima nota, doverosa: l’immagine di copertina di questo post è un omaggio alle meravigliose pastiglie e allo stile minimal dell’hashtag #pastelloso, creato da Valina, che vi invito a usare semplicemente perchè è meraviglioso.

Gli hashtag di luglio (con tutorial Snapseed)

Siamo a luglio, quindi voglio immaginarvi mentre leggete il mio post sotto l’ombra fresca di un ombrellone, con la sabbia sotto i piedi e le dita appena unte di crema solare. O magari ciondolanti su un treno, con la vita raccolta in uno zaino sul portapacchi e la galleria del telefono straripante di nuovi ricordi. Siete pronti? Si parte!

 

#notmypanni

Non so a voi, ma a me i panni stesi ai balconi degli altri provocano un effetto psicologico molto complesso, e a tratti, me ne rendo conto, incomprensibile. Di solito inizio respirando a pieni polmoni il profumo di detersivo, poi immagino le mani che hanno steso quei pantaloni, la famiglia che ha indossato quelle canottiere, le persone che hanno dormito in quelle lenzuola. Mi si stringe la gola di nostalgia per una vita non mia, in cui qualcuno ha diviso il bucato per colore, l’ha steso lisciando con amore ogni piega, e forse teme che un colpo di vento vanifichi il lavoro fatto con tanta cura. Vorrei quasi citofonare e dire “signora, stia tranquilla, sono ancora lì” oppure “ottimo lavoro, non c’è nemmeno una macchia”. Forse un giorno lo farò, ma tornando a noi, ecco qualche foto tratta dal feed di #notmypanni:

Esiste un profilo collegato all’hashtag che saltuariamente fa repost di alcune foto. È gestito da due bravissimi instagramers italiani, cioè @gusions e @ilcavallopazzo. I repost ora sono fermi a maggio ma confido che l’estate porti nuova energia anche su questa pagina. Ecco qualche chicca tratta dal loro feed:

Piccola nota storica: nel 2001, l’allora presidente del consiglio (il cui nome non vi dirò, ma fa rima con una parola poco carina), prima di un G8 così tragico che non me la sento di parlarne (ma se non vi ricordate o eravate troppo giovani trovate tutto su Wikipedia) consigliò agli abitanti di Genova, città che ospitava il congresso, di togliere i panni stesi dai propri balconi, affinchè i grandi della terra, in arrivo nella città ligure, non venissero accolti da questa a suo avviso indegna e poco elegante manifestazione di italianità. Inutile dire che da allora amo il bucato esposto alle finestre con un’intensità ancora maggiore.

Con questo hashtag, per quanto mi riguarda, è amore da sempre. È ottimo per l’estate, perchè, complici il caldo e i weekend fuori porta, troverete #notmypanni pronti ad attendervi in ogni angolo.

#mymagicalmorning

L’estate è il momento migliore per celebrare la meraviglia del mondo che si risveglia, della luce che filtra attraverso le persiane, del sole che riscalda l’aria ancora fresca della notte. Questo hashtag molto piccolo (appena 1k post) ma ad alto concentrato di poesia è stato coniato dall’instagramer scandinava @elvirasstory, che ha un profilo dall’affascinante e indiscutibile eleganza nordica:

Qui sotto trovate qualche raffinatissima foto tratta dal feed di #mymagicalmorning:

Una delle sfide di questo sarà cercare un po’ di fascino nordico nella nostra colorata estate italiana. Io proverei a stanarlo nelle prime luci del mattino, nei bianchi luminosi degli abiti leggeri e nella delicatezza dei fiori appena raccolti.

#straightfacade

Letteralmente “facciata dritta”, questo hashtag ospita foto di paesaggi urbani in cui le linee presenti nell’immagine sono parallele ai bordi della foto.

Si tratta di un effetto molto armonico e piacevole per gli occhi, impossibile da ottenere senza fotoritocco. Quando fotografiamo un palazzo, infatti, ci troviamo sempre piuttosto in basso e l’obiettivo del telefono distorce inevitabilmente le linee, facendo apparire la base dell’edificio più larga rispetto alla cima.

Per aiutarvi a ottenere queste foto così armoniche e rilassanti ho preparato un brevissimo videotutorial (è il primo che realizzo, sono emozionata!) in cui ritocco uno scatto (non a caso, un #notmypanni) modificandone la prospettiva. Esiste un’app dedicata solo alla correzione prospettica, che si chiama SKRWT, ma in questo caso, trattandosi di una correzione non difficilissima, ho preferito usare Snapseed, che è un’app molto ben fatta, ricca di funzioni e di cui non potrei mai fare a meno. Fatemi sapere se vi è stato utile!

Nota: la musica del video è originale e composta dal mio stupendo compagno Dario ❤️

#straightfacade è decisamente un hashtag da viaggio. Se state andando alla scoperta di una capitale europea dalle architetture ardite, o esplorando uno di quei piccoli borghi medievali italiani, che paiono disegnati, o se non siete partiti, ma volete guardare la vostra città sotto una prospettiva nuova, questo è il tag che fa per voi.

Per ora è tutto. Viaggiate, sperimentate, divertitevi, e ricordatevi di usare sempre il tag #feliceadesso per condividere le foto con tutta la community. Naturalmente, se vi va, fatemi sapere che cosa ne pensate di questo post e del mio primo tutorial!